giovedì 22 febbraio 2018

Sul curioso caso di “Mike Plato”, gnostico e letteralista


La domanda, “Che cosa metti al suo posto?” è spesso rivolta al critico devastante di una credenza, non con qualche comprensione filosofica del fatto che una rimozione completa è effettuata solo ponendo un giudizio verificato o logico al posto di un giudizio indimostrato o illogico, ma con un senso di offesa, come se una falsa credenza fosse una proprietà personale, per la cui rimozione vi debba esserci una “compensazione”.
(J. M. Robertson, Il Problema Gesù, pag. 3)


Chi per giorni e giorni è vittima di una malattia, specialmente di un virus apologetico o di una concezione errata (il che, come realizzerà tra non molto chi legge questo mio post, è lo stesso), sviluppa la propria consapevolezza di certe realtà e diviene più sensibile alla minaccia di tali realtà, che altrimenti non sarebbero oggetto di prolungate attenzioni o meditazioni. Con la guarigione dal suddetto virus apologetico — o semplicemente con un maggior onesto apprendimento fatto mediante le giuste letture — la consapevolezza di queste realtà e minacce svanisce, e la vittima del fottuto malore apologetico riprende le proprie attività quotidiane senza che l'acuta coscienza dell'esistenza di persone che minano col loro scetticismo la sua stupida e irrazionale fede — la fede in un fantomatico, chimerico e fittizio “Gesù storico” — la trascini verso la pazzia e il suicidio.

Attraverso l'illuminazione di quest'analogia arrivo a capire che l'apologeta cristiano gnostico “Mike Plato” opera più o meno allo stesso modo di chi soffre del medesimo bacillo contagioso del suo morbo apologetico: stessi sintomi, stessa modalità, stesse stizzite reazioni, stessa mostra del classico dogmatismo storicista di fondo aggredito dalla realtà, e soprattutto, stessa arroganza montata ad arte pur di nascondere il vorticoso buco nero della propria colpevole nonché interessata ignoranza.  

Questo sedicente personaggio dalla combinazione piuttosto improbabile di cognome e nome (come si fa, di grazia, a unire un nome americano fin troppo usurato con l'immancabile riferimento al «figlio più bello dell'antichità»?) mi attacca, in un commento denigratorio a firma di “Unknown” che non voglio riportare — come se non si possa risalire facilmente alla sua inconfondibile identità — di diffondere menzogne in Internet. Cosa che fa puntualmente anche nella sua ridicola pagina facebook, circondato dal plauso di imbelli fans.


Evidentemente lui non conosce chi è Richard Carrier. Ma io sì. E tu, “Mike Plato”, non sei lui.

Per cominciare, come semplice disincantato lettore dei libri principali dei miticisti Robert M. Price e Richard Carrier da almeno cinque anni, io sono sempre stato impressionato dalla loro erudita conoscenza di una miriade di argomenti relativi ai testi del Nuovo Testamento. Inizialmente è bastata, a dire il vero, la  lettura di un libro particolare a farmi abbracciare il miticismo, e nel giro di un pò di anni, grazie all'acquisizione di una conoscenza via via maggiore, a realizzare ancor più profondamente la sua verità. Non perchè volevo essere convinto, ideologicamente convinto, di tale verità. Ma perchè precisamente a quella conclusione i fatti e gli argomenti presentati mi hanno ineluttabilmente portato.

Come spiegarsi, allora, la reazione aggressiva degna di un Dracula da parte di questo sedicente “Mike Plato”?  

“Gesù è davvero esistito, dannazione!”


Semplicemente, la verità è che lui, così come i teologi sotto mentite spoglie di storici e accademici ed esegeti critici, non possono dire nulla sul miticismo, semplicemente non possono rivolgersi al miticismo, senza apparire evidentemente ignoranti — e in tremendo fallo! —nel tentativo.

E si sia chiari, qui: per “miticismo” intendo la negazione dell'esistenza di Gesù come figura storica, come dimostrata dagli studiosi miticisti che cito puntualmente in questo blog (e cioè Earl Doherty, Richard Carrier, Robert M. Price, Arthur Drews, Paul Louis Couchoud, George Brandes, Louis Gordon Rylands, ecc.). Non mi riferisco di certo alle opinioni predicate dall'astroteologo “Pier Tulip” di turno. 

Ma torniamo al curioso caso di “Mike Plato”.

Sulla stessa scia di Bart Errorman, costui mi dà del “negazionista”, termine che si dovrebbe utilizzare solo a proposito dei negatori della Shoa. Mi rammarica dover sottolineare che è proprio ciò che vogliono intendere Errorman e “Mike Plato”: equiparare il miticismo alla negazione dell'Olocausto.  Avverto il morso crudele di una tragica ironia qui, visto che a essere diretto testimone della Shoa (precisamente a Buchenwald, dove morì) è stato l'ebreo Maurice Halbwachs, autore del libro On Collective Memory, nel quale la storicità di Gesù non è affatto presa per garantita. E come dimenticare Max Rieser, avvocato ebreo che sfuggì alla Germania di Hitler e ad Auschwitz immigrando negli Stati Uniti nel 1939? Secondo la “logica” indelicata di Errorman e adottata da “Mike Plato”, egli fu probabilmente un negazionista dell'Olocausto, visto che negava la storicità dell'uomo Gesù.

Sarebbe tanto audace “Mike Plato” da qualificare pure Rieser come “negazionista” (con tanto di macabre allusioni, colpevolmente deliberate nella mente di “Mike Plato”, quando definisce me tale) a causa del suo miticismo?  Spererei di no.

Ma vorrei rivolgere queste parole al duro udito di Mike Plato”: se egli pensa che il miticismo (e non piuttosto il suo amato quanto fittizio “Yeshoua”, perfino se questo nome non compare mai nel Nuovo Testamento riferito a Gesù, tantomeno nel Talmud) sia nient'altro che una fake news tutta moderna, provi soltanto a immaginare quanta tremenda ilarità possa suscitare chi considera del tutto mitologiche le guarigioni di Asclepio e le resurrezioni di Osiride ed Attis, ma, unicamente nel caso di Gesù, pensa che tutto ciò accadde veramente.

Dopo aver constatato in cosa crede — in particolare a proposito del mio cognome — lo gnostico “Mike Plato” — penso dopotutto che sia di gran lunga più credibile la storiella dell'Immacolata Concezione. 

La cosa ridicola è che lui mi invita, “DA STUDIOSO DI COSE GNOSTICHE” come mi definisce (quasi che, a suo avviso, io debba sentirmi orgoglioso di sapere le stronzate degli gnostici, quasi che essi fossero da meglio dei cristiani proto-cattolici e/o giudaizzanti — e sia chiaro: io li disprezzo entrambi in egual misura in quanto tutti partecipi presto o tardi della medesima orgia storicista) a sapere qualcosa in più sul conto degli “arconti di questo eone”: io sarei uno di loro (!) a causa del mio odio anti-cristiano. 


Ciò che gli sfugge è che il termine “arconti” (specie quando riferito a entità spirituali della sfera sublunare) non è affatto di matrice gnostica, ma pertiene direttamente alla complessa angeologia ebraica, vista la sua ricorrenza nel più-ebraico-che-non-si-può Libro di Enoc.

  E Semjaza, che era il loro arconte, [ὃς ἦν ἄρχων αὐτῶν] gli disse: 'Non temete, difatti io approvo questo atto, ed io solo dovrò pagare la sanzione di un così grande peccato. (1 Enoc 6:3) 
 E questi sono i nomi dei loro arconti: [τῶν ἀρχόντων αὐτῶν Samlazaz, il loro capo, Araklba, Rameel, Kokablel, Tamlel, Ramlel, Danel, Ezeqeel, Baraqijal,  Asael, Armaros, Batarel, Ananel, Zaq1el, Samsapeel, Satarel, Turel, Jomjael, Sariel. Questi sono i loro capi a decine.
(1 Enoc 6:7)

Azazel [la citazione di Sincello aggiunge: ὁ δέκατος τῶν ἀρχόντων]  insegnò agli uomini a fare spade e coltelli, scudi e corazze, gli rese noti i metalli della terra e l'arte di lavorarli per farne bracciali e ornamenti; insegnò l'uso dell'antimonio, l'abbellimento delle palpebre, tutti i tipi di pietre preziose, e tutte le tinture coloranti.
(1 Enoch 8:1)


Quindi nessuna necessità da par mio di postulare gnostici alle origini del cristianesimo. E sebbene un caso possa essere fatto per una ricostruzione di quel tipo (si veda quanto ne ha da dire il miticista Georges Ory) io convivo tranquillamente con l'idea che le origini del mito di Cristo siano squisitamente ebraiche. Ma questo lo storicista “Mike Plato” non vorrà accettarlo: perchè credeva, con tronfia arroganza, che i miticisti fossero tutti come Pier Tulip
Ma non mi disturba affatto l'ira di “Mike Plato” contro il mio dichiarato miticismo. Se qualcosa, io trovo fin troppo divertente ed esaustiva la sua totale mancanza di comprensione del miglior caso miticista (almeno come esposto nell'opus magnum del dottor Carrier).


Ma una cosa è chiara da tutta questa astiosa retorica denigratoria storicista in malcelata e disgustosa salsa apologetico-cristiana: 

I folli apologeti cristiani, gnostici o cattolici o protestanti, sono pazzi.

Jerim Pischedda è pazzo.

Anche Adriano Virgili è pazzo.

La semplice idea di un Gesù mitologico li porta a ricorrere a qualsiasi genere di insulti, invettive, calunnie, deliri e attacchi vari. Perfino quando parlano apparentemente in termini “equilibrati” (si legga come un Virgili pensa di liquidare in un capitoletto il miticismo minimale di Richard Carrier), c'è una strana luce nei loro occhi: la luce della pazzia.

E la loro ira, la loro collera, la loro stizza, il loro sdegno profondo, può solo avere un'unica, riconoscibile origine: paura o disperazione.

Kierkegaard aveva visto giusto: timore e tremore incontra chi vuole dirsi cristiano (al di là della denominazione) nel mondo moderno. Ma non me ne voglia Kierkegaard se a differenza sua io so da dove provengano, quel timore e quel tremore. Nella semplice possibilità che Gesù (che fu chiamato Cristo) non è mai esistito.
    
Ma se non mi stupisce affatto che il Virgili o il Pischedda nutrano nascostamente la più recondita paura del miticismo (dopotutto, è il loro stesso Gesù di carta a istigarli ad averne: si legga Luca 18:8)...

“Oh Dio! Dov'è finito?”


 ...diverso è il caso di “Mike Plato”, dato che lui avanza le sue credenziali di “forte anticlericale, più di te” quasi che questo da solo bastasse a presentarlo ai miei occhi scevro da superstizioni di varia natura (e nel caso di “MIke Plato”, mi rincresce dirlo, di superstizioni da lui coltivate se ne contano a profusione!).

Voglio però spendere qualche fiducia nella sua presunta buonafede e stare al suo gioco: perchè un “forte anticlericale” par suo si troverebbe stranamente alleato coi peggiori folli apologeti cristiani (citati sopra) contro un miticista par mio? Addirittura, accusandomi di essere non un vero ateo, ma di essere segretamente gnostico alla Harold Bloom maniera?

La spiegazione non è poi così complicata.

Immagina di crederti in possesso di qualche conoscenza esoterica. Questo ritratto calzerebbe a pennello col curioso caso di “Mike Plato”, vista la sua orgogliosa ostentazione di siti web a suo nome in odore di esoterismo.
  
Allora, un bel giorno, la conoscenza esoterica, fino all'altro ieri prerogativa esclusiva di questi tizi, diventa accessibile a praticamente ognuno che sia capace di recepirla laddove si trova ben descritta nel Web, con tanto di prove e controprove ad autenticarla esattamente come tale (a scanso di equivoci e contraffazioni di wikipediana memoria).

Pensaci bene, caro lettore, a questo puro e semplice Fatto: una laurea in Storia non è così difficile come una Laurea in Fisica o in Matematica o in qualsiasi altra cosiddetta “Scienza Dura”. E perfino se tu hai, come me, solo una laurea in materie scientifiche, ti basta poco per sapere di quella “conoscenza esoterica” alla quale mi riferisco. A chi possiede una briciola di buon senso logico-critico, perfino se capitasse come Robinson Crusoe su un'isola deserta con solo una Bibbia in mano, è sufficiente che la legga senza distorcerla più — mai più — con la medesima fede di un Robinson Crusoe. Ti basta solo una connessione ad internet per diventare un esperto su ciò per cui i Bart Errorman e i Larry Hurtado del mondo hanno trascorso anni di  studio, spendendo per giunta un sacco di moneta.  

Un “esperto” così formato, potrebbe perfino arrivare a denunciare pubblicamente i tuoi gravissimi errori di metodo. Sì, proprio i tuoi: che fino ad un momento prima ti plagiavi nel possesso di quella tua “conoscenza esoterica”, ora diventata, con tuo grande rammarico e tuo profondo scorno, tremendamente pubblica.

Mike Plato” lo ammetta sinceramente (se è mai capace di sincerità): non c'è nulla nemmeno lontanamente di inverosimile nell'ipotizzare che un uomo che fu concepito miracolosamente da un dio e da una donna mortale al pari di Perseo; che aveva operato miracoli fantastici, guarendo gli storpi, i ciechi e i paralitici e resuscitando i morti al pari di Asclepio; che calmava i venti e i mari impetuosi al pari di Pitagora; e che ha vinto la morte in modo da meritare l'immortalità ai suoi devoti al pari di Osiride, potrebbe essere stato un mito. Specie quando quell'uomo sembra essere già stato concepito nelle riflessioni religiose e filosofiche di un ebreo ellenizzato come Filone di Alessandria. Soprattutto quando a non riferirsi mai a nessuna delle sue presunte imprese e parole sulla Terra (a parte la predizione della sua stessa morte in un rito teofagico sulla cui ebraicità non potevano fare a meno di dubitare gli stessi folli apologeti cristiani del secondo secolo, visto rabbiose osservazioni come questa di Giustino: “I malvagi demoni, per imitazione, dissero che tutto ciò avveniva anche nei misteri di Mitra”, Apologia prima ad Antoninum Pium, 66) fu guardacaso (!) proprio l'Apostolo che, a ridosso della sua presunta morte sul Golgota, avrebbe avuto più motivo di ogni altro di ricordare — fosse pure esclusivamente a proprio vantaggio — l'Uomo che cambiò la sua vita.

 A proposito: nel mezzo del suo attacco storicista e gnosticheggiante, “Mike Plato” mi rinfaccia l'uso improprio dell'espressione da me utilizzata di “Marco proto-cattolico”, quasi che volessi spacciare la falsità che il vangelo di proto-Marco (e sottolineo “proto”) fosse *a sua volta* proto-cattolico.

Perchè è evidente che proto-Marco, o come diavolo vorresti chiamare il Più Antico Vangelo, fu interpolato e corrotto, sia pure solo in minimissima parte, da nocchiute dita cattoliche (dopotutto, non sono gli stessi cattolici a riconoscere che il finale del “nostro” Marco non apparteneva affatto a proto-Marco?).

Ma forse “Mike Plato” è così ignorante del miglior caso miticista da non capire neppure lontanamente la differenza che corre tra proto-Marco e il nostro Marco.

A titolo di piccolo assaggio a suo beneficio (ma dubito fin d'ora che lo saprà fruttuare nella sua testa nella sola direzione razionalmente consentita: quella miticista), gli riporto le seguenti umilissime e purtuttavia efficacemente persuasive parole del prof Robert M. Price (al cui avvistamento ci ero arrivato anch'io del tutto indipendentemente da lui, e lo stesso “Mike Plato” mi permetta in questo una leggera punta di orgoglio!) sulla natura esoterica (e sicuramente non proto-cattolica) di proto-Marco (e ri-sottolineo “proto”):

 Dove voleva arrivare? Il Segreto Messianico, ecco a cosa. Se, come amano insistere gli apologeti evangelici, Gesù era stato ad “affermare” la sua identità di Messia, come può essere che nessuno dei suoi fans pensa che quello è quel che egli è? Chiaramente, il Gesù di Marco è stato a lasciarla alla immaginazione della folla.  Loro sono liberi di trarre le loro proprie conclusioni. Che è la ragione per cui ad una fazione capita di pensare che Gesù sia il risorto Giovanni il Battista, un'altra crede di star seguendo il ritornato Elia, mentre una terza pensa di star udendo, per dire, Geremia [Io mi domando, se tu fossi stato capace di fare un sondaggio, avremmo ascoltato gridare “Io sono di Giovanni!” “Io sono di Elia!” “Io sono di Geremia!” Cosa, è Cristo diviso? ] oppure Isaia, magari Ezechiele. [Sto ipotizzando che nessuno pensò che egli fosse Abdia oppure Abacuc.]  Gesù non sembra neppure attendersi qualche stima particolare dai suoi fans. Quando nessuno dei discepoli concorda con la folla circa Gesù, e Pietro si avventura a dire, “Tu sei il Cristo”, Gesù gli dice di tenerlo sotto il suo turbante. Non è neppure chiaro se Gesù accetta la dichiarazione di Pietro, a differenza della versione di Matteo. Io direi che questo è quel che tu chiameresti il Segreto Messianico.
Su una cosa Gesù è chiaro: egli sta per essere arrestato, tormentato, crocifisso, e risorto. Si presume che questo sia un chiarimento della messianicità di Gesù? Oppure una sua negazione? 6-6-6 di uno, mezza dozzina dell'altro. Fino a quante volte hai sentito dire piamente che Gesù pensò davvero di sé stesso come il Messia ma lo ridefinì completamente. Uh, intendi dire, in altre parole che egli non pensò veramente di essere il Messia? Perché ciò è come dire, “Sì, io sono un socialista, ma naturalmente io intendo ciò nel senso che io credo al libero mercato e alla proprietà privata dei mezzi di produzione. Non siete voi con me, compagni?” Perché se tu definisci il “Messia” come un salvatore che si arrende alla morte su una croce romana, risorge di nuovo, e viene intronizzato in maniera invisibile in cielo — tu non stai parlando più circa il Messia ebreo. A meno che tu non sia il Gatto del Cheshire.

(Robert M. Price, Holy Fable — Volume II The Gospels and Acts Undistorted by Faith, pag. 61-62, mia libera traduzione, corsivo originale, grassetto mio)


E questo è tutto ciò a cui si riduce il povero “MIke Plato”, nella sua stizzita e arrogante pretesa che esistette per davvero un Gesù storico: un povero dogmatico (per giunta un “cristiano gnostico”) aggredito nelle sue certezze più intime.



Ma ti darei un consiglio, o contrariato gnostico letteralista “Mike Plato”, e te lo darei da ateo nichilista (non da ateo umanista dato che umanista non sono):

Quando sei così impegnato nella difesa ad oltranza di un particolare dogma o assioma al punto che non puoi difenderlo senza elargire un mare di inesattezze de facto o un sacco di argomenti fallaci de iure, quando un dilettante o uno studioso indipendente è in grado di batterti al tuo stesso gioco — e ti offre perfino una plastica dimostrazione di questo — è semplicemente un classico problema bayesiano: quant'è più probabile “A” rispetto a “not A” data la stessa evidenza “B”

Ben prima che arrivasse Bayes, sai già chi l'ha detto meglio...:

 ...come il proverbio ci dice che basta una sola goccia dal più grande recipiente a dirci la natura di tutto il contenuto, così noi dovremmo considerare l'argomento ora in discussione. Quando troviamo una o due false dichiarazioni in un libro e risultano essere deliberate, è evidente che non una parola scritta da tale autore è più a lungo certa e affidabile. (Polibio, Le Storie, XII:25a.1-2)