martedì 28 febbraio 2017

Sul Paradosso di Jerim Pischedda


SIMONIA: Illecito traffico di doni dello Spirito Santo. I preti del Signore stanno bene attenti a venderli: come Jourdain, le donano in cambio di denaro. Nella Chiesa romana solo ceneri e roghi vengono dati gratuitamente.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)
«I cristiani, per una di quelle frodi che vengono chiamate pie, falsificarono grossolanamente un passo di Giuseppe. Attribuiscono a questo ebreo, così ostinato nella sua religione, quattro righe ridicolmente interpolate, e all'inizio di questo passo aggiungono: Egli era il Cristo. Come! Se Giuseppe avesse sentito parlare di tanti accadimenti che stupiscono la natura, ne avrebbe riferito solo per quattro misere righe nella storia del suo paese? Come! Quell'ebreo testardo avrebbe detto: Gesù era il Cristo. Eh! Se l'avessi creduto il Cristo, allora saresti stato cristiano. Che assurdità far parlare da cristiano Giuseppe! Come è possibile che esistano ancora teologi tanto imbecilli o insolenti da tentare di giustificare questa impostura dei primi cristiani, riconosciuti come fabbricatori di imposture cento volte più forti?»
(Nota di Voltaire, aggiunta nel 1769, mia enfasi.)

Nel 2017 ci sono ancora persone che non riescono a dar credito alla teoria del Mito di Gesù senza tentare di mitigarla con la loro ipotesi prediletta: quella di un Gesù storico all'origine del mito di Cristo. Perdere il contatto e la protezione di quel fantasma idealizzato di nome “Gesù storico” le lascerebbe moralmente obbligate ad andare in confusione, così dicono, perchè il mondo come lo conoscevano si squaglierebbe fra le loro braccia paralizzate di folli apologeti cristiani improvvisamente resisi conto di essere tali.  Impreparati ad accettare l'evidenza, la rifuggono come il sognatore fugge all'incubo che lo insegue. Credono che se dovesse essere provata la tesi miticista – che Gesù fu una pura invenzione e non una figura storica – moriranno di pazzia, vedendone i contorni e sperimentando il contatto con ciò che sono convinti non debba mai essere accaduto. Non c'è dubbio che a questa esperienza sopravviverebbero, come tanti hanno fatto prima di loro. Abbiamo già sopportato di vedere confutata qualsiasi pretesa di storicità dietro pericope dopo pericope di ciascun vangelo, confutazione che non avremmo dovuto avere, a detta dei folli apologeti cristiani, ma che tuttavia era nel nostro destino avere. Abbiamo già constatato la confutazione definitiva di ogni pretesa di autenticità, anche solo di una millesima parte, del cosiddetto Testimonium Flavianum, alla rivelazione che si trattava meramente di un tendenzioso e propagandistico Testimonium Eusebianum. Ma quante ancora ne possiamo sopportare? Come reagiranno i folli apologeti cristiani sapendo che non c'è stato alcun Gesù storico all'origine del cristianesimo, neppure dietro lo stesso “Cristo Gesù” di Paolo? Sarà la fine della più grande civiltà mai esistita? O si ristabiliranno per magico incanto le cose com'erano prima che il mito venisse spacciato e venduto per Storia? Per ora, chi non riesce a dar credito alla ricostruzione delle origini cristiane senza il Gesù storico sembra al sicuro. Sembra che il miticismo abbia finora arrecato poco danno alla concreta diffusione planetaria del mito cristiano (e a chi ci campa sopra). Ma forse un giorno lo farà. Allora potrebbe venire il momento di sancire la fine definitiva della civiltà giudeo-cristiana. Ma mentre aspettiamo col fiato sospeso che le statistiche confermino un giorno la popolarità del miticismo – nè più nè meno di quanto sembra già un fatto compiuto in Inghilterra –, checché se ne lamentino i teologi sotto mentite spoglie di accademici, in Internet non smetteranno nel frattempo di scandalizzarsi e proliferare con sempre maggior insistenza chi viene a venderci qualche altra ridicola apologetica della medesima illusione chiamata “Gesù di Nazaret”. E non occorre girarsi tanto intorno per realizzare l'identità di questi piazzisti del sacro che infesteranno a più riprese Internet con una miriade di siti apologetici: essi avranno l'ostinata presunzione di auto-decorarsi con una falsa pretesa di scientificità. Una presunzione che è pari solamente alla loro congenita ipocrisia, a sua volta parte e parcella del loro mestiere di folli apologeti cristiani.

Certamente un esempio di apologeta cristiano della rete è Jerim Pischedda, le cui assurde conclusioni in merito alle fantomatiche persecuzioni anti-cristiane le avevo già criticate come meritano in un altro blog.

Il caso Pischedda è emblematico della tipica arroganza montata ad arte dagli apologeti cristiani quando si tratta di dedurre false implicazioni da premesse pur corrette. Lo storico Richard Carrier ha giustamente etichettato come fallacia del possibiliter ergo probabiliter l'errore logico che i simili di Pischedda hanno trasformato in una specialità della loro intera categoria di “bugiardi per Cristo”. L'esempio più eclatante è appunto il seguente “argomento” in supporto della storicità di Gesù che ho sentito la prima volta da Pischedda: 

1) Tacito parlò di “Christus” come dell'originatore dei “Chrestiani”.

2) Tacito consultò di certo gli archivi e non si basò su alcun sentito dire cristiano.

3) perciò Tacito è la prova indipendente che Gesù (che fu chiamato Cristo) è esistito veramente.

Che tale argomento sia un classico esempio di fallacia del possibiliter ergo probabiliter (solitamente ad uso e consumo dei folli apologeti cristiani) lo confessa lo stesso Bart Errorman, [1] quando riconosce che
...le sue [di Tacito] informazioni non sono particolarmente utili per stabilire se un uomo di nome Gesù è vissuto o no. Da dove aveva tratto le notizie che riporta?  È ovvio che avesse sentito parlare di Gesù, ma scriveva a circa ottantacinque anni dalla sua morte, e a quell'epoca i cristiani ne stavano certamente raccontando le vicende (i vangeli erano già stati scritti, per esempio), che i miticisti abbiano torto o ragione. Sia ben chiaro che Tacito basa i suoi commenti relativi a Gesù su una serie di voci e non su una puntuale ricerca storica. Se avesse compiuto un'indagine dettagliata, avremmo avuto una descrizione più esauriente, anche di poco.
...Tacito, per sapere che cosa era accaduto a Gesù, non consultò alcun documento ufficiale scritto ai tempi in cui l'uomo fu giustiziato (ammesso che tali documenti siano esistiti). Pertanto riportò informazioni trasmesse oralmente. Impossibile sapere se le avesse sentite dai cristiani o da qualcun altro.

(Gesù è davvero esistito?, pag. 57, mia enfasi)

Andare, o cercare di andare, «oltre», come fa Pischedda, trasformando le parole di Tacito in qualcosa di più del mero sentito dire intorno al Cristo dei cristiani,  rischia dunque di condurre soltanto alla fantascienza e alla fantastoria. Cioè, in entrambi i casi, e ancora una volta, alla letteratura fantastica, a un ramo della quale – la teologia – il Pischedda dovrebbe pur esserne esperto.

Eppur Pischedda è talmente innamorato del suo “argomento” che, onde evitare che qualcuno (come Richard Carrier in un articolo accademico) possa dubitare che Tacito si riferisse esattamente ai cristiani di Cristo – e non magari ai riottosi seguaci dell'“impulsore Chresto” svetoniano (apparentemente attivo a Roma solo qualche anno prima sotto Claudio) – ha cercato in tutti i modi di dimostrare che il cosiddetto “frammento 2” di Tacito presente in un'opera di Sulpicio Severo non fosse affatto scritto dallo storico romano, ma fosse una mera fabbricazione dell'apologeta cristiano Sulpicio Severo. Pare che lo abbia fatto nell'ennesima conferenza (o sermone?) organizzata fin nei minimi particolari (coi soldi pubblici?!?) da alcuni apologeti cristiani, con tanto di improvvisata quanto improbabile giuria composta da una torma di teologi cristiani sotto mentite spoglie di storici. Sia ben chiaro che Pischedda non introduce niente di nuovo alla discussione intorno al frammento 2 (checchè in giro lui possa vantarsi del contrario), visto che lo stesso dr. Carrier era da un pezzo giunto alla sua stessa conclusione (in un articolo da dove, come si vedrà, Pischedda ha attinto un'acuta osservazione senza probabilmente menzionare che la sua fonte si chiama Richard Carrier) esattamente contro le idee espresse da Eric Laupot.

Che le seguenti parole, riportate da Sulpicio Severo,
“Si racconta che Tito, chiedendo consiglio, ponderasse in anticipo se avrebbe raso al suolo un Tempio tanto maestoso. Ad alcuni infatti sembrava opportuno distruggere un edificio sacro, splendido come nessun'altra opera d'uomo, la cui conservazione avrebbe testimoniato la moderazione dei Romani, mentre la sua distruzione sarebbe stata un marchio perenne della loro crudeltà. Altri però, e Tito stesso, ritenevano al contrario che bisognava distruggere innanzitutto il Tempio, per cancellare in modo radicale la religione dei giudei e dei cristiani. Queste religioni, infatti, benchè ostili tra di loro, derivavano dagli stessi fondatori: i cristiani erano usciti dai giudei, estirpata quindi la radice, l'albero si sarebbe estinto facilmente”
(Sulpicio Severo, Chronica 2.30.6-8)

...non fossero realmente di Tacito lo aveva infatti già dimostrato oltre ogni dubbio il dr. Carrier, nel suo articolo “Severus Is Not Quoting Tacitus: A Rebuttal to Eric Laupot” (2006), reperibile qui.

Eppurtuttavia mi va di stimare il Pischedda per questa sua ultima esposizione (a differenza delle altre), perchè dimostra che perfino uno come lui, pur così seriamente impedito dai suoi fortissimi pregiudizi di fervente adoratore del feticcio “Gesù di Nazaret”, risulta capace, anzi capacissimo, di apprezzare e riconoscere la profonda dipendenza letteraria di un autore dalla letteratura e dalla teologia precedenti ad un livello tale da accertarne come inconfondibile l'impronta in quella che altrimenti sarebbe passata per l'opera di un altro. Perchè quello è esattamente il caso con il frammento 2 di Tacito: non fu Tacito a scriverlo, nonostante lo stile apparentemente tacitiano, bensì il folle apologeta cristiano Sulpicio Severo, in quello che appare, a detta del Pischedda, come un vero e proprio “teologumeno”, cioè, per farla breve, un compendio infarcito da cima a fondo di teologia.

Merito di Pischedda è certamente l'aver raccolto una lista esauriente di tutte quante le occorrenze, nella letteratura cristiana e pagana disponibile a Sulpicio Severo, della metafora della radice, in aggiunta all'illustrazione del chiaro significato teologico che la rese così tanto fortunata tra gli apologeti cristiani.
“Tuttavia, quando l'ebbe ridotto in suo potere, considerando il pregio e l'antichità dell'edificio, rimase a lungo incerto se dovesse incendiarlo, per togliere un incentivo ai nemici, o risparmiarlo, a testimonianza della vittoria. Ma, germogliando ormai la Chiesa di Dio in pieno rigoglio su tutta la terra, per volere di Dio quel tempio dovette essere soppresso come esausto, vuoto e inadatto a qualsiasi buon uso. E così Tito, acclamato imperator dall'esercito, incendiò e distrusse il Tempio di Gerusalemme”.
(Orosio, Hist. Adv. Pag. VII, 9, 5-6)

“Come avviene per gli alberi, ciò che più piace è la cima, non le radici o il tronco: ma quella senza questi non può esistere”.

(Cicerone, Orator 147)

“Rebecca, a lungo sterile, grazie alle preghiere incessanti del marito al Signore, a quasi vent'anni del matrimonio diede alla luce due gemelli. Si racconta che essi sussultavano molto frequentemente nel seno della madre e in un oracolo le fu detto da Dio che preannunciavano due popoli e che il più grande sarebbe stato sottomesso al più piccolo”
(Sulpicio Severo, Chronica 1.7.1, ovviamente la fonte midrashica di Luca 1:41-45, qualcosa che Pischedda astutamente non dice)

“È quindi più importante che venga cancellata la malvagità, che vengano recise la radice ed il seme dei peccati; si tolga la cattiva radice perché non faccia cattivi frutti”.
(Ambrogio, Apologia del Profeta Davide XIII, 62)

“Se egli [Vespasiano] fosse venuto per sterminare la nazione, avrebbe dovuto attaccarvi direttamente alla radice e distruggere senza indugi questa città. Mentre invece si trattenne a devastare la Galilea e il territorio circostante per darvi tempo di rinsavire”.
(Flavio Giuseppe, Guerra Giudaica VI, 6, 2)

“I comandanti tuttavia affermavano che la robustezza delle mura e le fortificazioni del Tempio sarebbero stati in futuro un incentivo per i giudei ed occasione di arroganza, e pertanto dovevano essere estirpate le radici della ribellione affinchè la loro temerarietà non riprendesse vigore. Cesare tuttavia differì il consiglio al giorno seguente”.

(pseudo-Egesippo, De excidio urbis Hierosolimitanae V, 42, 3-4)

“Guardando bruciare il Tempio, gli stessi romani incendiavano tutto il resto, affinché nessun edificio sopravvivesse alla distruzione del Tempio, ritenendo che insieme al tempio dovesse perire tutto ciò che riguardava la religione”.
(pseudo-Egesippo, De excidio urbis Hierosolimitanae V, 43, 1)

Di certo quando Pischedda sottolinea di passaggio che la metafora della radice risultava:
“...essere assai comune in una società sostanzialmente agricola come quella antica”
(fonte)

...dispiace che non sia così onesto da riconoscere il debito, per quell'osservazione, a Richard Carrier, laddove quest'ultimo aveva già scritto:
Supponendo che Laupot avesse ragione che radix e stirps fossero intese in senso agricolo  (e, come abbiamo visto, non c'è alcuna forte ragione di crederlo), metafore agricole sono abbastanza comuni in tutta la letteratura antica. L'Antichità era una civiltà basata sull'agricoltura, e ciascuno era più familiare coi concetti agricoli rispetto ad ogni altro concetto. Tali metafore sarebbero più facilmente comprensibili dal maggior numero di persone, e perciò gli autori le avrebbero preferite, e le preferivano. 
(Richard Carrier, Severus Is Not Quoting Tacitus: A Rebuttal to Eric Laupot, 2006, mia traduzione e mia enfasi)

Che non l'abbia fatto (ma potrei sbagliarmi, perchè il video non permette di vedere la bibliografia) dimostra ancora una volta ad un tempo la paura del folle apologeta cristiano di riconoscere qualcosa al miticista Richard Carrier, come pure la sua tipica arroganza di ripiego nel non ritenerlo degno di menzione. Puah!

Tuttavia non è solo la mera segnalazione di tale colpevole e interessata trascuratezza che mi ha indotto a segnalare quest'analisi, ma anche e soprattutto dell'incredibile senso di ironia sollevato immancabilmente al mio orecchio dalle parole finali di Pischedda, appena prima che un forte scrosciare di applausi provenisse dai folli apologeti cristiani là convenuti:

 Quanto allora rimane di Tacito del frammento 2 di Tacito? Tutto sommato ben poco, direi, soprattutto nella seconda parte, anche se non ci si può non domandare se ha ancora senso, dopo centocinquant'anni, continuare a chiamare il frammento 2 di Tacito con tale nome e inserirlo in coda alle edizioni dei testi tacitiani.
(fonte, mia enfasi)

Pensateci: un insolente apologeta cristiano ha il coraggio di riportare quelle parole! Non ci sarebbe nulla di male, in effetti, tanto più se le si dice a ragion veduta, per di più al termine di un'ottima dimostrazione (ancorchè per nulla originale) della verità della propria asserzione.

Ma quale sarebbe la reazione del medesimo folle apologeta cristiano, allorchè io avanzassi la stessa perentoria esortazione ma a proposito di un'altra evidente totale interpolazione cristiana, vale a dire del Testimonium Eusebianum, meglio conosciuto come Testimonium Flavianum, finito impunemente, per mano di quel bastardo falsario di Eusebio di Cesarea, nell'opera Antichità Giudaiche dello storico ebreo Flavio Giuseppe ?


Le mie parole suonerebbero pressappoco così, come quelle del Pischedda:

Quanto allora rimane di Flavio Giuseppe del Testimonio Flaviano? Tutto sommato ben poco, direi, praticamente nulla, anche se non ci si può non domandare se ha ancora senso, dopo così tanti secoli, continuare a chiamare il Testimonio Flaviano con tale nome e inserirlo nel bel mezzo del racconto originale di Flavio Giuseppe nelle edizioni del suo libro.
(mia enfasi)


E parimenti, anch'io potrei portare un sacco di prove a conferma e a giustificazione della mia asserzione. È sufficiente un rapido scorcio alla seguente tabella (liberamente ispirata ad un articolo di Ken Olson) per realizzare quanto ogni singola sillaba del cosiddetto Testimonium Flavianum sia in realtà mera farina del sacco di Eusebio (e di nessun altro):


Il finto Testimonium Flavianum:
Il vero Testimonium Eusebianum:
In questo periodo ci fu Gesù, un uomo saggio, se davvero si deve chiamarlo un uomo, perché era autore di opere straordinarie,
“autore di opere straordinarie”  compare centinaia di volte in Eusebio, riferito a Gesù (in particolare in Dimostrazione 3.4.21 e in Storia ecclesiastica 1.2.23) e a Dio (Vita di Costantino 1.18.2).
maestro di uomini
Per Eusebio, Cristo è “maestro di uomini” (Dimostrazione 3.6.27, 9.11. 3, le varianti in 3.7.6 e 5., Proem.24)
che ricevono la verità
“Egli insegnò loro le verità (τὰ ἀληθῆ) non condivise da altri, ma stabilite come leggi da lui o dal Padre in tempi remoti per gli antichi e pre-mosaici uomini Ebrei di Dio”. (Eusebio, Dimostrazione 4.13.169)
con piacere,
Eusebio elogia i Cristiani che subiscono il martirio con ἡδονή , “piacere”, (In lode di Costantino 17.11, Martiri della Palestina 6.6)
e attirò a sé molti Ebrei e anche molti dei Gentili.  
“Così tutta la calunnia contro i suoi discepoli è distrutta, quando per le loro prove, e anche a parte le loro prove, deve essere confessato che molte miriadi di Ebrei e di Gentili sono stati portati sotto il suo giogo da Gesù il Cristo di Dio attraverso i miracoli che egli fece.”  (Eusebio, Dimostrazione 3.5.109)

“Tutti quelli che vennero a lui, egli li liberò dalla superstizione secolare e dalle paure dell’ errore politeistico”
(Eusebio, Dimostrazione 4.10.14)

“con l'insegnamento e miracoli Egli ha rivelato i poteri della sua divinità a tutti allo stesso modo, se Greci o Ebrei”.
 (Eusebio, Dimostrazione 8.2.109)

“La divinità del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo è diventata famosa tra tutti gli uomini a causa della sua potenza miracolosa, e ha portato a lui miriadi, anche di quelli che in terre straniere erano molto lontani dalla Giudea, nella speranza di guarire dalle malattie e da tutti i tipi di sofferenza”. (Eusebio, Dimostrazione 1.13.1)

“E non è affatto sorprendente che quei Gentili, che molto tempo fa ricevettero benefici dal nostro Salvatore, avrebbero fatto queste cose”.
(Eusebio, Dimostrazione 7.18.4)
Egli era il Cristo.
Per Eusebio, che Gesù sia il Cristo dovrebbe essere ovvio, ma è anche una conseguenza di quanto detto sopra secondo la logica del Testimonium Eusebianum.
Anche se, per l'accusa degli uomini notabili tra di noi, Pilato lo condannò alla croce, quelli che in principio aderirono non cessarono, perché egli apparve loro il terzo giorno, nuovamente vivo, poiché i profeti divini avevano detto queste
“sicuramente tutti avevano visto la fine del loro maestro, e la morte a cui Egli era giunto. Perché, allora, dopo aver visto la sua misera fine, non cedono? ”
(Eusebio, Dimostrazione 3.5.39)

“Vi chiedo in che modo questi discepoli di uno spregevole e sfuggente maestro, che avevano visto la sua fine, discutevano tra loro su come dovevano inventare una storia su di Lui che reggesse?”
(Eusebio, Dimostrazione 3.5.113)
e miriadi di altre meraviglie su di lui.
L’espressione καὶ ἄλλα μυρία (“e miriadi di altre cose”)  è presente otto volte altrove nell’opera di Eusebio.
E ancora oggi la tribù dei cristiani, che da lui prendono il nome,
τῶν Χριστιανῶν. . . τὸ φῦλον (“la tribù dei Cristiani”) è  presente due volte altrove nell’opera di Eusebio.
non è venuta meno.
[Gesù]  di tutti coloro che ci siano mai stati fino ad oggi (εἰς ἔτι καὶ νῦν), è chiamato Cristo tra tutti gli uomini”
(Eusebio, Storia ecclesiastica,  1.3.19)

“i Farisei e i Sadducei sono scomparsi (ἐξέλιπον), tanto che non si fa menzione di loro neanche ad oggi (εἰς ἔτι νῦν), e il loro nome non è preservato tra gli Ebrei”
(Eusebio, Commentario sui Salmi 23 col. 684C)


Nota allora quello che non si può che d'ora in poi etichettare come il celebre “Paradosso di Jerim Pischedda” nei seguenti termini:

 Se il folle apologeta cristiano di turno crede che “il frammento 2 di Tacito” in realtà non fu mai scritto, neppure in minima parte, dallo storico romano Tacito a causa della più coerente collocazione letteraria, filologica e teologica del suo contenuto nell'opera di Sulpicio Severo,

...allora per quale oscura, invero stranissima (!!!) ragione, lo stesso folle apologeta cristiano si rifiuta ancora di credere che il cosiddetto “Testimonium Flavianum” non fu mai scritto, neppure in minima parte, dallo storico ebreo Flavio Giuseppe, tenuto conto della più coerente collocazione letteraria, filologica e teologica del suo contenuto nell'opera di Eusebio di Cesarea  ???

Chiaramente il folle apologeta cristiano in questione non ha e non avrà mai una risposta, dato che per lui – e soprattutto per la sua apologia del feticcio adorato col nome di “Gesù storico” – suona troppo imbarazzante (invero: compromettente) riconoscere la falsità dell'intero Testimonium Flavianum. Egli insisterà sempre sull'assurdo (l'autenticità anche solo parziale del Testimonium Flavianum) quando per lui la realtà storica è troppo assurda da accettare.

Ancora una volta, il caso Pischedda dimostra come una delle principali caratteristiche degli apologeti cristiani sia l’assenza di qualsiasi profondità storica, almeno quando si tratta del fabbricato feticcio “Gesù di Nazaret”: Gesù non viene trattato con lo stesso approccio con cui verrebbe trattato ogni altro personaggio letterario nell'assenza di una prova certa e sicura della sua esistenza, ma come una figura a sé stante, scollegata dalle altre, considerata storica di default perfino facendo a meno di qualunque prova, fosse pure del contrario. L’opinione venduta dagli accademici intorno a “Gesù di Nazaret” fluttua così in balìa dei capricci delle lobby cristiane che li sponzorizzano e li sovvenzionano sfacciatamente, incapaci di opporre qualsiasi resistenza alla narrazione  preferita da quelle stesse lobby. Ma la verità è che gli esperti del “Gesù storico” non meritano di essere considerati esperti fino a quando non riconoscono onestamente la fragilità dell'ipotesi “Gesù storico”. Lo studio della storia è quindi eversivo: non solo perché rinvanga fatti scomodi che i folli apologeti cristiani preferirebbero dimenticare o trascurare (come la natura falsa dell'intero Testimonium Flavianum), ma anche (o soprattutto?) perché consente di accusare in pieno i cristiani proprio quando gli stessi cristiani guardano con nostalgia al loro ruolo prominente d'un tempo accusando di continuo presunti torti del presente che, a loro dire, non ci sarebbero stati se soltanto loro fossero ancora predominanti nella società. Ma come possono i cristiani puntare il dito alla pagliuzza nell'occhio del prossimo (i presunti errori della modernità atea ed ex-cristiana) quando loro stessi non osano guardare all'enorme trave nel loro occhio (l'inesistenza storica di Gesù di Nazaret) ?

I folli apologeti cristiani non rispondono.


O meglio, l'ipocrisia è la loro risposta.

E che fossero sommamente ipocriti, l'avevo già capito da un pezzo.


Nota però un un altro, più sottile paradosso.
A memoria d'uomo, io non ho mai sentito Ken Olson, o Paul Hopper, o Richard Carrier, o perfino Voltaire per quella materia [2], insistere con simile febbricitante vena polemica che poichè è già provato oltre ogni ombra di dubbio che l'intero Testimonium è un falso cristiano, allora occorrerebbe estrometterlo del tutto dalle future edizioni critiche aggiornate dell'opera di Flavio Giuseppe. E se non lo hanno fatto loro, di certo non sarò io il primo a reclamarlo: è sufficiente, a mio modesto avviso, solo una nota a piè di pagina per indicare ai lettori che quelle parole non sono affatto di Flavio Giuseppe, ma del famigerato falsario cristiano Eusebio di Cesarea. Eppure una soluzione simile non basta, evidentemente, all'insaziabile appetito del folle e insolente apologeta cristiano: lui auspica la totale rimozione da ogni futura edizione critica degli Annali di Tacito di qualsivoglia riferimento al cosiddetto “frammento 2” (che frammento non è), non sia mai che un solo accenno ad esso renda più problematico di quanto non lo è già il passo tacitiano sui “Crestiani”. Perchè non c'è alcuna necessità del ridicolo “frammento 2” per sospettare già i “Crestiani” di Tacito di essere tutt'altro che i pacifici “Cristiani” di Gesù detto Cristo, alla luce dell'evidente desiderio degli apologeti (e, in ultima istanza, dello stesso “bugiardo per Cristo” Jerim Pischedda) di provare che i cristiani erano di gran lunga più numerosi e importanti a Roma di quanto lo fossero davvero a quel tempo, e tenendo conto della verità piuttosto imbarazzante (per i simili di Pischedda) che in realtà i cristiani contavano, nei cruciali anni formativi tra il 62 e il 70 Era Comune, poco più che 10000 fedeli (!) in tutto l'impero romano, e ancora nel 200 Era Comune costituivano all'incirca soltanto lo 0,3% (!!) di tutta la popolazione romana [3]: un numero talmente esiguo e minuscolo che rende i cristiani dei candidati piuttosto improbabili e implausibili al ruolo di vittime di un'intera persecuzione di massa da parte dell'imperatore Nerone


NOTE:

[1] Lo stesso Errorman però commette lievemente un altro esempio di fallacia del possibiliter ergo probabiliter quando scrive non a proposito di Tacito ma di Plinio, nei seguenti termini:
“Inoltre, fa sapere Plinio all'imperatore, i cristiani «cantano un inno a Cristo come se fosse un dio».  È tutto quello che dice su Gesù.”
(Gesù è davvero esistito?, pag. 53, mia enfasi)

...facendo quasi credere che solo perchè Plinio fa il nome di “Cristo”, allora egli debba riferirsi in realtà all'uomo “Gesù”. Si guardi come il miticista Frank Zindler ha criticato Errorman su questo punto:
Questa svista è assai più terribile di quanto potrebbero supporre i lettori se loro non sono familiari coi libri accademici di Ehrman. Un esame del suo The Orthodox Corruption of Scripture: The Effects of Early Christological Controversies on the Text of the New Testament (Oxford, 1993), mostra che egli è davvero un'autorità sul soggetto del “separazionismo” – a dire il vero, sembra lui stesso ad aver inventato il termine “separazionista”!
A pagina 14 di The Orthodox Corruption scrive Ehrman: “Altri cristiani riconoscevano con gli adozionisti che Gesù fosse un vero uomo di carne e ossa e che qualcosa di significativo gli fosse accaduto al battesimo. Per loro, comunque, non è che egli fu adottato come Figlio di Dio; invece, al suo battesimo Gesù venne ad essere posseduto da Dio. Fu allora che un emissario del regno divino, una delle deità della Divinità, di nome “Cristo”, entrò in Gesù per spingerlo alla sua predicazione. Di nuovo, qualche tempo prima della sua crocifissione, il Cristo divino si congedò da Gesù per far ritorno al Pleroma, il regno divino, lasciandolo solo a soffrire il suo fato. Questa è una cristologia che definirò separazionista, perchè ipotizza una divisione tra l'uomo Gesù e il divino Cristo... ”
Tutto il capitolo 3 di Ehrman (“Corruzioni anti-separazioniste della Scrittura”) è dedicato a mostrare come la tradizione ortodossa abbia “corrotto” i passi confondendo sistematicamente il Gesù e il Cristo! Così quando Ehrman cita la menzione di Cristo da parte di Plinio per provare l'esistenza di Gesù, egli stesso sta sbandierando la “corrotta” vista ortodossa!
C'è qualcosa di sinistro nel ripetuto rifiuto di Ehrman di trattare con le implicazioni logiche dello stesso materiale di cui egli è un'autorità riconosciuta. In modo simile, egli è un'autorità sul docetismo, tuttavia si rifiuta completamente di spiegare come la più antica “eresia” cristiana possa essersi sviluppata così presto se Gesù Cristo fosse stato storico. Ripetutamente, lui ridicolizza ogni questione a favore di una “corrotta” tradizione ortodossa!—FRZ

(Frank Zindler, citato in Renè Salm, NazarethGate, American Atheist Press, pag. 153, nota 6, mia libera traduzione)

[2] Così Voltaire:
Parecchi studiosi non hanno nascosto la loro sorpresa nel non trovare nello storico Giuseppe alcuna traccia di Gesù Cristo; tutti oggi convengono infatti che il breve passo in cui vi si accenna nella sua Storia è interpolato.
(Voltaire, Cristianesimo. Ricerche storiche sul cristianesimo, in Dizionario Filosofico)
[3] Quelle statistiche sono tratte da Charles Freeman, 2009, 'A New History of Early Christianity', Yale University Press: New Haven, pagine 72-73.