lunedì 11 dicembre 2017

Gesù era mai vissuto? (VIII) — I vangeli

(Questo è l'epilogo della traduzione italiana di un libro del miticista Louis Gordon Rylands, «Did Jesus Ever Live?». Per leggere il testo precedente, segui questo link)



VIII. I VANGELI


VIII

I VANGELI

Un fatto davvero importante in connessione al nostro presente soggetto è l'incapacità della mente antica di concepire idee puramente astratte. Perfino le “idee” di Platone, che egli distinse nettamente da oggetti materiali, e che noi al giorno d'oggi dovremmo definire nozioni astratte, non erano concepite da lui come assolutamente immateriali. Egli suppose che loro avessero qualche esistenza reale da qualche parte. Per questa ragione gli uomini del suo periodo e in seguito non amarono scrivere in termini di astrazioni; essi le rappresentarono tramite simboli oppure nella forma di un'allegoria. Da qui accadde anche che gli adoratori dovevano vedere un idolo. Non che loro credevano che l'idolo fosse il dio, ma che le loro menti erano incapaci di afferrare il dio invisibile senza un simbolo visibile.
La stessa qualità mentale indusse gli scrittori ebrei a esporre le loro speculazioni teologiche nella forma di una narrazione, oppure a presentare idee astratte come figure concrete, nella maniera in cui si personificarono nella letteratura sapienziale la sapienza di Dio e la parola di Dio. Nelle Apocalissi e negli scritti degli gnostici abbiamo speculazioni teosofiche esposte allegoricamente in una narrazione. I
Ritrovamenti Clementini consistono di una narrazione che è piuttosto fittizia; essa si compose per l'edificazione dei lettori cristiani. Non c'è nessuna ragione per supporre che i vangeli fossero scritti per qualche altro obiettivo. Ora che essi non sono più considerati ispirati noi dobbiamo giudicare la loro natura a partire da quella dell'altra letteratura cristiana del periodo.
È ragionevole supporre che i vangeli, che seguirono immediatamente le Apocalissi ed erano contemporanei ad alcune di loro e a scritti gnostici, furono della loro stessa natura. La loro composizione non fu indotta semplicemente dal desiderio di scrivere la storia della vita di un dio, sebbene quello era senza dubbio operante. Uomini che credevano che il Cristo fosse venuto sulla terra avrebbero avuto bisogno di una sua rappresentazione concreta, e avrebbero voluto sapere come venne e cosa fece. La domanda crea l'offerta; e senza dubbio accadde così in questo caso. Ma gli scrittori avrebbero desiderato anche esprimere le loro idee teosofiche, e sarebbe stato naturale per loro fare così simbolicamente. È uno sbaglio considerare le storie di miracoli nei vangeli un prodotto della superstizione di uomini ignoranti. Gli scrittori non furono uomini ignoranti. La fede nei demoni non fu una semplice superstizione, sebbene essa potrebbe essere stata non meglio di quella nelle menti della moltitudine. Perfino i filosofi la nutrirono; ed essa sorse dalla necessità di rappresentare in una forma concreta le influenze e gli impulsi malvagi che affliggevano le menti degli uomini. Potremo ricavare da quel che si è scritto nel capitolo sui demoni che l'obiettivo dei primi scrittori cristiani fu di esprimere la loro convinzione che la fede nel Cristo avesse il potere di salvare gli uomini dalle loro inclinazioni malvagie, e che un perfetto credente sarebbe stato privo di peccati. Ma essi erano incapaci di visualizzare la loro convinzione in quella maniera; essi dovevano rappresentarla concretamente. Le influenze maligne dovevano essere personificate prima che le loro menti potessero afferrarle. La fede in Cristo, di nuovo, significò una fede in Dio. Il Cristo sulla terra fu l'immagine concreta dell'idea astratta della presenza di Dio tra gli uomini.
Se consideriamo i vangeli come simbolismo, essi si elevano di colpo dalla condizione di prodotti incredibili di una superstizione ignorante a quella di composizioni letterarie di un significato reale. [Senza dubbio parecchia creduloneria e superstizione è ostentata nei posteriori vangeli apocrifi, e i primi scrittori cristiani furono totalmente privi di senso storico. I vangeli canonici contengono mito, certamente. Luca, inoltre, fu probabilmente un letteralista.] Noi comprenderemo anche com'è che gli evangelisti si contraddicano sfacciatamente a vicenda riguardo materie intorno alle quali, sull'ipotesi ricevuta comunemente, la verità dev'essere stata nota. Essi non furono interessati ai fatti, ma a simboli e dogmi; e ciascuno di loro fu libero di esprimere la sua personale opinione individuale. Le storie gnostiche di Sofia, Cristo, e gli Arconti sono assurde quando comprese alla lettera; ma esse esprimono simbolicamente le opinioni teosofiche degli scrittori. Il resoconto dello gnostico Giustino sul giovane pastore Gesù che fu visitato da Baruc, l'angelo di Dio, che simboleggia Dio stesso, dal momento che
Baruc fu un nome ebraico per Dio, è un'allegoria; e si deve ritenere che i vangeli siano letteratura della stessa classe. Esiste una buona ragione per credere che il Vangelo più antico fosse un'opera gnostica.
Le dodici fatiche di Ercole sono simbolismo; e vi esisteva nei tempi antichi un parallelo ai vangeli in una tragedia che rappresentava gli atti di Ercole. Esiste ancora una tragedia di Seneca, fondata probabilmente sull'opera più antica. In questa tragedia Ercole, il Figlio di Dio, appare sulla terra per recare pace tra gli uomini, liberarli dalla paura e difendere i giusti. Sebbene invincibile egli si sottomette al sacrificio della sua vita. Colla sua morte egli conquista le forze del male. Nel momento in cui muore, un'oscurità regna sulla terra and i tuoni brontolano. Il suo spirito risorge al cielo, dove è accolto come un dio.
[Van Eysinga, La Litérature Chrétienne primitive, pag. 16.] I vangeli non garantiscono la pura umanità di Gesù più di quanto quest'opera garantisce la pura umanità di Ercole.
La parola greca tradotta 
Vangelo significa Buone Nuove. Non vi è nessuna implicazione di una narrazione, e la parola era in uso prima della composizione dei vangeli. I vangeli che abbiamo non sono i primi che esistettero, e il consenso generale dei sinottici prova che essi sono stati basati su un singolo originale, che deve essere stato più corto di ognuno di loro. L'interrogativo se Matteo oppure Marco fu composto prima è accademico. Perfino se Marco fosse stato composto più tardi di Matteo, la sua relativa brevità e semplicità indicano che esso riproduce più da vicino l'originale. Raschke ha sostenuto con forza che il nostro secondo vangelo fu scritto dallo gnostico Marcione. [Die Werkstatt des Marcusevangelisten.] Questo scrittore gnostico è noto per aver sostenuto che il Vangelo originale fosse stato corrotto da interpolazioni nell'interesse giudaizzante; perciò se la conclusione di Raschke è corretta, se ne deduce che il vangelo di Marco è una riproduzione dell'originale più accurata degli altri. [Marcione potrebbe essersi sbagliato, senza dubbio; ma esistono alcune ragioni per pensare altrimenti.] L'opinione di Van Eysinga, che il Vangelo originale fu scritto in greco e in seguito tradotto in aramaico, è in conformità con l'asserzione di Marcione. Un vangelo greco prodotto a quel tempo sarebbe stato probabilmente gnostico. L'opinione di alcuni commentatori che la storia della Passione sia un'aggiunta successiva al Vangelo primitivo punta nella stessa direzione, dal momento che essa suggerisce che le due porzioni del Vangelo siano di origine diversa. Se, allora, la storia della Passione è il sacro dramma del culto di Giosuè, potremo assumere che la porzione più antica fu scritta per i seguaci dei culti misterici gnostici, oppure per alcuni di loro.
Probabilmente uno gnostico non avrebbe cominciato un vangelo con la storia di una nascita; ed è degno di nota che nel secondo e nel quarto vangelo, in entrambi i quali esistono indizi di un'origine gnostica, Gesù appare rapidamente senza antefatti. [Il “Vangelo Primitivo” estratto da B. Weiss comincia sostanzialmente come comincia Marco.] Si potrebbe supporre che egli fosse appena disceso dal cielo. Gesù, come un essere spirituale, probabilmente nei racconti più antichi non apparirebbe sulla terra come un uomo di carne. Nell'inno Naasseno Gesù discende direttamente dal cielo alla terra. Gli Ofiti, una setta che teneva opinioni simili a quelle dei Naasseni, e potrebbero essere stati loro stessi, [Quelle sette adoravano il Logos sotto la forma di un serpente. 
Serpente è Nahash in ebraico, Ophis in greco.] erano doceti; e c'è una frase docetica nello strato più antico dell'epistola ai Romani. [Nello gnostico Vangelo di Pietro è detto che Gesù non soffrì dolore sulla croce, e che non appena morì “fu assunto”.]
Finché i lettori del vangelo originale erano gli gnostici per i quali esso fu scritto, sarebbe bastata questa concezione. Ma quando l'unione delle sette fu in azione la visione docetica si scontrò con quella dei seguaci del culto di Gesù, che credevano di consumare nel loro sacramento la carne del dio; e con quella di coloro che erano giunti a considerare Gesù il Messia sofferente. I materialisti vinsero la battaglia e prima della metà del secondo secolo furono in grado di espellere dalla loro comunione i doceti in quanto eretici. Gesù allora doveva avere un corpo di carne. Presto, senza dubbio, una curiosità popolare avrebbe domandato più dettagli, e così si dovevano trovare dei genitori per lui. Ora, laddove gli ebrei attesero un Messia ben David, i samaritani attendevano un Messia ben Giuseppe.
[Per la prova di questo vedi Drews, Die Marienmythe, pag. 73 e 74. “Ben Giuseppe” è un titolo messianico nel Talmud.] Così, dando Giuseppe come padre a Gesù e facendo risalire la genealogia fino a Davide, entrambe quelle aspettative furono soddisfatte. Nota che il padre del Giuseppe del Nuovo Testamento, al pari del padre del Giuseppe dell'Antico, è chiamato Giacobbe. Questa è un'altra coincidenza? Luca sembra aver ritenuto fin troppo rivelatrice la coincidenza. Egli modificò il nome.
Non si poteva credere che il Gesù ideale preparato per la ricezione del Cristo, o generato dallo Spirito Santo, fosse nato da una donna comune. Sarà evidente da quel che è stato scritto in precedenza sul soggetto che il solo nome possibile per sua madre fu Maria. Di conseguenza Giuseppe e Maria diventarono suoi genitori. Ed egli doveva nascere a Betlemme, perché quella era la città di Davie; e a causa della profezia di Michea 5:2. Il motivo in questo caso è così ovvio che a dispetto delle asserzioni esplicite di Matteo e Luca che Gesù nacque a Betlemme, i teologi critici respingono il credo. [Se gli evangelisti non seppero dov'era nato Gesù, che cosa si può supporre che sapessero?] Sfortunatamente l'opinione alternativa che egli nacque a Nazaret è diventata così precaria al pari dell'opinione che egli nacque a Betlemme.
La data della nascita di Gesù naturalmente non si sarebbe collocata nel passato remoto, e tuttavia si dovette fissare abbastanza indietro nel tempo per avere qualche apparenza di probabilità storica. [Senza dubbio nel Vangelo primitivo, come in Marco, la data dell'apparizione dei Gesù fu indefinita. Il vangelo di Matteo si compose probabilmente nella prima metà del secondo secolo.] I lettori cristiani non sarebbero stati critici. Celso li accusò di credere in menzogne; ma Origene gli rispose, senza dubbio a soddisfazione dei suoi propri lettori. Una ragione per fissare la nascita nel regno di Augusto era probabilmente che Augusto stesso fu considerato come un dio-salvatore dal mondo romano. E il suo regno fu il principio di una nuova era, di gran lunga migliore, si sperava, di quella immediatamente precedente. [Confronta su questo punto la Quarta Ecloga di Virgilio.] Ma le dichiarazioni di Luca sul soggetto hanno procurato estrema perplessità ai teologi. I cristiani non avevano mai avuto un'esatta conoscenza dell'anno; e nessuno al giorno d'oggi si appresterebbe a decidere con fiducia quale anno fosse.
Tutti gli dèi-salvatori morivano giovani. Concedendo a Gesù un'esistenza di trent'anni, la sua morte sarebbe caduta nel regno di Tiberio. 
Antichi scrittori cristiani, Origene, Girolamo, ed altri, sapevano che c'è un simbolismo nei vangeli. Girolamo scrisse riguardo al miracolo della guarigione dell'uomo con la mano paralitica nella sinagoga:
Fino all'avvento del Salvatore la mano era paralitica nella sinagoga dei Giudei e le opere di Dio non vi erano fatte. Dopo la Sua venuta sulla terra la mano destra venne restituita ai Giudei che credettero e fu rimessa in servizio.
L'interpretazione è senza dubbio corretta. E dal momento che la storia fu scritta come simbolismo, noi concludiamo che l'evangelista non stava intendendo scrivere Storia o biografia. Un Origene oppure un Girolamo avrebbero potuto credere che una storia fosse allo stesso tempo simbolica e letteralmente vera; ma la mente moderna dichiarerà che se questa è simbolica essa non è Storia. Volkmar percepì il simbolismo nei vangeli; e così pure Schmiedel al tempo presente, nella misura in cui egli crede che le malattie guarite da Gesù simboleggiano malattie spirituali, [Lo scrittore, nella scelta dei suoi simboli, avrebbe avuto in mente naturalmente i miracoli che un Figlio di Dio si sarebbe aspettato che eseguisse. Confronta Isaia 35:5-6; 29:18-19.] sebbene egli non abbia afferrato molto il punto di vista corretto.
La festa di matrimonio a Cana nel quarto vangelo simboleggia il matrimonio del cristianesimo ebraico ed ellenistico. [È possibile anche che esso simboleggi l'unione delle idee religiose ebraiche con la filosofia greca. Lo scrittore del quarto vangelo era capace di una rappresentazione simile.] Esso segna il principio della nuova religione ed è detto naturalmente dallo scrittore che è stato il primo
“segno”. Il vino prodotto miracolosamente è il vino della nuova dottrina, l'acqua nelle giare simboleggia le purificazioni esteriori farisaiche. La madre di Gesù simboleggia la razza o la religione ebraica, da cui doveva nascere la nuova religione. Girolamo percepì questo, ed egli percepì anche che i fratelli di Gesù rappresentano i capi della comunità giudeo-cristiana. Senza dubbio i fratelli menzionati di sfuggita negli altri vangeli si devono spiegare nella stessa maniera. In Marco, è detto che la madre e i fratelli sono stati “in attesa fuori” e Gesù praticamente li rinnega. [Marco 3:31-35.] Lo scrittore gnostico del Vangelo primitivo sarebbe stato piuttosto propenso a dover rappresentare così la non-accettazione del suo Gesù Logos da parte degli ebrei e dei giudeo-cristiani. E il suo Gesù, come menzionato sopra, molto probabilmente non avrebbe avuto una madre nel senso letterale.
Nota anche che nello gnostico quarto vangelo Gesù parla duramente a sua madre al matrimonio; e per tutto questo vangelo la madre di Gesù non è mai chiamata Maria. E neppure lo era nel Vangelo primitivo.
[Si veda Robertson, The Historical Jesus, pag. 155.] La moltiplicazione miracolosa dei quattromila e dei cinquemila è una rappresentazione del sacro pasto di un culto misterico. Durante un pasto del genere una piccola quantità di cibo sarebbe bastata per un vasto numero di partecipanti. E i pesci, naturalmente, erano il cibo appropriato per il sacro pasto di un dio-pesce. Le folle che accorrono da Gesù sono pagani che sono stati a peregrinare nell'errore religioso ma stanno ora giungendo alla verità. I pani e i pesci potrebbero simboleggiare anche un cibo spirituale, del quale, per quanto parecchio venga dato, rimane sempre un sacco.
Un aspetto considerevole del vangelo è che mentre la Galilea trabocca di malati ed indemoniati, non appena Gesù arriva in Giudea egli
non incontra una sola persona di entrambi. E tuttavia ci devono essere stati altrettanto parecchi invalidi, lunatici, ed epilettici là come altrove. È abbastanza certo che l'evangelista intese significare qualcosa di importante mediante questa distinzione. Qu vi è un caso cruciale. La teoria che può spiegarlo ha ogni diritto di considerarsi corretta. Ora la popolazione di Galilea era davvero mischiata; perciò essa si poteva prendere propriamente come un simbolo del mondo pagano, in cui abbondavano l'errore religioso e la gente posseduta da demoni. Dal momento che in Giudea non c'era nessun'adorazione di divinità pagane, naturalmente nessun indemoniato, nel senso simbolico, doveva trovarsi là. Osserva, comunque, che Gesù incontra un uomo cieco quasi immediatamente dopo l'ingresso in Giudea. Ora la cecità spirituale fu un'accusa scagliata frequentemente agli ebrei dai primi scrittori cristiani, e specialmente la loro cecità nel non essere capaci di vedere che Gesù era il Cristo. Non appena Bartimeo salutò Gesù come il “figlio di Davide”, il Messia ebreo, egli recuperò la sua vista; la sua fede lo aveva guarito.
Ai confini della Giudea Gesù incontra un uomo. Marco, comunque, non utilizza il termine
“uomo”; egli dice che “uno” corse da lui; come se, evitando il termine “uomo”, egli intendesse indicare che questo “uno” fosse un simbolo. Se lo scrittore intendeva introdurre un simbolo della nazione ebraica, qui ovviamene era il momento di fare così. Costui è un ebreo; egli ha osservato i comandamenti fin dalla sua giovinezza. È detto che egli — di nuovo evitando significativamente la parola “ricco” — aveva avuto “molti beni”. Cos'erano quelli? Troviamo la risposta in Romani 9:4 : “gli Israeliti, ai quali appartengono l'adozione, la gloria, i patti, la legislazione, il servizio sacro e le promesse”. Gesù comunica all'uomo che egli deve rinunciare a tutti quelli, abbandonare la sua esclusività e accettare la comunione coi gentili (i poveri). L'ebreo rifiuta. [Per una spiegazione più dettagliata di questo episodio, e per una spiegazione di altri simbolismi, si veda W. B. Smith, Ecce Deus, pag. 95-125.] Questo rifiuto dell'ebreo, come appare da Romani 9 fino a 11 e altrove, fu un perenne enigma per i primi cristiani, e c'era da aspettarsi che l'interrogativo avrebbe avuto qualche trattamento nei vangeli.. Lo troviamo trattato di nuovo nella parabola dell'uomo ricco e Lazzaro il mendicante (ebreo e gentile).
È l'opinione generale dei critici del Nuovo Testamento che, in aggiunta al Vangelo primitivo, vi fosse corrente una collezione di
logia, detti del Signore, o di Gesù, da cui si attinsero per la maggior parte le porzioni didattiche dei vangeli. In quei giorni nessun detto “del Signore” sarebbe stato attribuito ad un uomo. Proprio come gli scrittori dell'Antico Testamento cominciavano le loro profezie o dichiarazioni colle parole “Così dice il Signore,” così i maestri delle comunità religiose al principio del primo secolo avrebbero esposto le loro esortazioni e dottrina morale sotto il titolo “Detti del Signore”. La natura contradditoria di alcuni dei detti che vennero introdotti nel vangelo prova che essi non provenivano da un singolo uomo. Il “detto del Signore” meglio autenticato è quello preservato da Papia, che nessuno assume che sia provenuto da Gesù. Esso fu preso, in realtà, dall'Apocalisse di Baruc, il che prova che i “detti del Signore” si potevano attingere da qualsiasi fonte approvata. Perciò l'esistenza di una simile collezione di detti non è una prova della storicità di Gesù.
Fu naturale per la scena della morte del Messia una collocazione a Gerusalemme. [Confronta Zaccaria 12:10.] Nel cui caso, naturalmente, si doveva supporre che gli ebrei lo avessero ucciso. L'ostilità tra cristiani ed ebrei al tempo quando furono scritti i vangeli, e la conoscenza che un Gesù — Gesù ben Pandira — era stato veramente messo a morte dagli ebrei di Gerusalemme, avrebbe contribuito allo stabilirsi di questo credo. Il racconto della Passione, come detto sopra, non era contenuto nel Vangelo primitivo. Probabilmente ha sostituito un finale precedente in cui la morte e la resurrezione di Gesù potrebbero essere stati descritti in una maniera davvero diversa. Come osserva W. B. Smith, il finale originale potrebbe essere stato di una natura docetica.
[Von Dobschütz ipotizzò che il finale sostituito fosse stato gnostico. Texte und Untersuchungen, Bd. 11. Heft I, § 5.]
Nel corso del tempo, appena i vangeli passarono attraverso edizioni successive, si fecero inserzioni che riflettono le controversie sulle quali si rovellarono le menti dei cristiani al tempo; e discorsi vennero posti sulle labbra di Gesù pur di dare autorità a qualche dottrina o visione particolare. La parabola del Buon Samaritano, per esempio, si inserì allo scopo di combattere l'esclusività ebraica ostentata in parecchi passi dei vangeli precedenti. Nel frattempo l'Antico Testamento fu saccheggiato di passi che potevano essere compresi come applicabili a Gesù, e si introdussero episodi corrispondenti nei vangeli, a tale misura che, come ha osservato Drews, l'Antico Testamento diventò una “biografia di Gesù”. E i polemisti cristiani provarono la verità della fede cristiana in lui, non per mezzo di una prova contemporanea, la quale dimostrazione, se potessero, sicuramente l'avrebbero fatta, ma a partire dai Profeti e dai Salmi.
Se è accettata la conclusione che il Vangelo primitivo fu essenzialmente simbolismo, con qualche infusione di mito, la conclusione ulteriore deve seguire, che lo scrittore non stava intendendo riferirsi alle azioni di un uomo reale. E così la sola prova, così com'è, che Gesù fosse mai vissuto, cessa di essere del tutto una prova.
[Ci sono alcune persone che pensano che una massa di prove schiaccianti si possa annullare tramite la supposizione che la mente di un antico scrittore cristiano non possa aver operato in qualche maniera particolare. Ma la mente moderna non è una norma per l'antico cristiano. Si veda su questo soggetto W. B. Smith, Ecce Deus, pag. 182-184; 300.]