lunedì 24 aprile 2017

Circa «Le mystère de Jésus» di Paul-Louis Couchoud (XI)

   (Questa è l'undicesima parte della traduzione italiana di un libro del miticista Paul-Louis Choucoud, «Le mystère de Jésus». Per leggere il testo precedente, segui questo link)

— IV. LA LEGGENDA EVANGELICA

I Vangeli, piccole raccolte mal composte che si copiano fra loro, hanno un merito ed un fascino. Essi sono l'opera di tutti. Le lettere di Paolo rispecchiano un uomo di genio. I Vangeli rispecchiano gruppi anonimi molto seri, molto ferventi, a cui fu dato di esprimere ingenuamente le idee religiose e morali che li inondavano di delizia.
Essi dispongono la mobile cornice entro la quale delle api ebbre istillarono il miele più squisito. L'ultimo redattore ebbe una funzione molto importante. Ma il fondo maturò nelle assemblee notturne dei santi. Essi sono il prodotto ben sceverato di un ardente commercio con lo Spirito. Sono il fiore della profezia in comune.
Dopo Paolo e l'autore dell'Apocalisse, non conosciamo altro che un solo profeta tardivo, il buon uomo Hermas, candido, sensibile, ripetente sempre le stesse cose. Egli ci fa indovinare i profeti più virili che l'hanno preceduto, i forti e delicati profeti che durante due generazioni trasmisero il messaggio dello Spirito alle assemblee di Siria, d'Asia, di Grecia, d'Italia.
Hermas apportava da parte dello Spirito visioni, precetti, parabole: tale è la triplice divisione del suo libro. I suoi predecessori avevano fatto pressappoco la stessa cosa. La miglior parte dei precetti e delle parole soffiate dallo Spirito finisce per costituire l'insegnamento di Gesù. Le visioni spirituali, rafforzate dalle Scritture, fornirono l'essenziale della vita di lui.
Paolo ha rivelato in anticipo il segeto dei Vangeli in quattro parole: Gesù è lo spirito. Lo stesso spirito che aveva dettato gli oracoli dei profeti ebrei ispirava anche quelli degli ultimi profeti. Con qualunque nome lo si chiamasse, era Gesù. Paolo nei suoi grandi momenti aveva parlato in parola del Signore (1 Tessalonicesi 4, 15). E alla fine dell'età profetica il buon Pastore emetteva ancora, per bocca di Hermas, saggi e copiosi precetti sulla pratica della continenza, della fede, del timore o della letizia.
Da Paolo a Hermas, lo Spirito prodigò alle assemblee le istruzioni più pure e più sante. Nell'oscurità degli angusti cenacoli, sale d'aspetto del regno di luce, l'estati melodiosa passava dall'uno all'altro, le bocche si univano nel santo bacio e lingue di fuoco scendevano sulle teste.
L'austera ed elevata morale ebraica vi fu addolcita, nobilitata, spogliata della sua pedante casistica, sollevata e riscaldata dalla folle speranza, intenerita e sublimata dall'esperienza della vita mistica. La regola del perdono e dell'amore vi fu spinta ad estremità che non tenevano più conto della natura.
Si credeva che un tempo lo Spirito avesse detto per bocca d'Isaia: “A coloro che vi odiano rispondete voi siete nostri fratelli!” (Isaia, 66, 3). Ed ora Gesù giungeva fino a dire: “Se qualcuno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, offrigli l'altra!” (Matteo 5, 39).
I precetti più ammirati o meglio sentiti, scelti con cura, cuciti insieme poco accortamente, compongono nei Vangeli fittizi discorsi di Gesù. Sotto la compilazione artificiale si discernono le diverse età e le diverse correnti cui appartenevano gli oracoli primitivi. Il maggior numero era indirizzato a comunità già vecchie, che avevano vissuto, lottato, affrontato difficoltà e pericoli.
Qual è, per esempio, il contegno che si deve tenere verso i peccatori induriti che macchiano il santo gregge?
“Se il tuo fratello pecca, va, rimproveralo fra te e lui solo. S'egli ti ascolta, tu avrai guadagnato tuo fratello.”
“Se egli non t'ascolta, prendi con te uno o due altri perché ogni cosa sia regolata su quanto dicono due testimoni o tre (Deuteronomio 19, 15). S'egli non vuole intenderli, dillo all'Assemblea. S'egli non vuole ascoltare nemmeno l'Assemblea, sia egli per te come il pagano e il pubblicano!” (Matteo 18, 77).
Così è fissata la procedura della scomunica. Ognuno ne ha l'iniziativa. L'Assemblea come corpo pronuncia. La regola è dura. Altri precetti risolvono diversamente la questione. Sono più dolci verso il peccatore, anche inveterato, più teneri per il pagano e il pubblicano.
Quest'altro oracolo è un'istruzione sul martirio. È d'un bel tono, calmo, veramente eroico:
“Diffidate degli uomini, essi vi consegneranno ai tribunali. Vi fustigheranno nelle loro sinagoghe. A causa di me voi sarete trascinati al cospetto di prefetti e re, come testimoni per essi e per i pagani. Quando essi vi consegneranno, non cercate come parlare né che cosa dire. In quell'ora vi sarà dato di che dire: non sarete voi a parlare, ma sarà lo Spirito di nostro Padre che parlerà in voi!” (Matteo 10, 16-20).
È la regola sublime dei tempi di persecuzione. Avvezzo a sentire un soffio gonfiare il suo petto, il profeta cristiano attenderà tranquillamente l'ora di comparire davanti ai giudici. Non avrà inquietudini. Rimetterà la sua sorte allo spirito che parlerà per lui. Quale spiraglio sul fondo dell'anima dei martiri!
Simili oracoli sempre ritmati ma diversi d'origine e d'accento, sono classificati in Matteo sotto cinque divisioni principali: legge cristiana, missioni, regole ecclesiastiche, invettive, ultimi giorni. Quasi tutti hanno un tono penetrante e poetico. Molti risalgono fino al tempo di Paolo. Quello che è recente e convenzionale, è l'aggiustamento fatto dall'evangelista.
Altri frutti profumati della profezia cristiana erano le parabole: fresche piccole favole o immagini vive, destinate a far sentire per via di metafore le realtà invisibili. Traevano origine dalla letteratura ebraica. I cristiani vi misero molta arte e molto significato.
L'onesto Hermas, profeta in ritardo, fa ancora, in nome del pastore, piacevoli parabole. Egli mostra la Vigna, onusta di grappoli, sostenuta dall'Olmo. Così il povero, onusto di preghiere, deve appoggiarsi al ricco. Gli alberi, morti o vivi, d'inverno sono eguali; l'estate li renderà differenti. Così peccatori e giusti si rassomigliano ma differiranno quando verrà il gran Giorno (Il Pastore, Sim. 2 e 3).
Le parabole inserite nei Vangeli sono del medesimo genere, ma ordinariamente più forti e più profonde. L'intero Vangelo è una specie di grande parabola, poiché la storia umana di Gesù è destinata a far comprendere un mistero divino. Le piccole parabole che vi si mescolano hanno pure spesso per oggetto dei misteri.
Molte si riferiscono alla cosa di cui, con parole coperte, si parlava di più nelle assemblee, al grande segreto: quel Regno inaudito che stava per giungere. Che cosa era esso? È meraviglioso vedere tutti i bei paragoni che furono trovati per parlarne.
Ma le parabole non si accordano fra loro. Le une intendono il Regno come futuro: esso sarà instaurato un giorno prossimo, d'improvviso. Le altre, più sottili e più recenti, lo considerano come già presente, e quasi lo confondono con la cara assemblea dei fratelli. Quando il Regno è paragonato ad un granello di senape, la più fine delle semenze, da cui esce un albero dove fanno nido gli uccelli del cielo (Matteo 13, 31-32; Marco 4, 30-32; Luca 13, 18-19), quest'immagine impressionante fa vedere la miracolosa crescita della Chiesa. Il Regno si fa ogni giorno. Questo ondeggiamento di senso ci aiuta a comprendere come la speranza primitiva abbia potuto consolarsi mutando oggetto, e assopirsi senza spegnersi completamente.
Quello che è spesso messo in parabole è precisamente il fatto cristiano. Quale grande oggetto di meraviglia! Che Dio si sia disgustato degli ebrei, del suo popolo eletto, ed abbia adottato al loro posto i cristiani, venuti per la maggior parte da popoli impuri — come concepire ciò? Le parabole si sforzano di spiegarlo.
Alle nozze di Gesù gli ebrei furono convitati per primi, una volta per mezzo dei profeti, recentemente per mezzo degli apostoli. Essi sdegnarono l'invito e uccisero quelli che lo recavano loro: Stefano, Giacomo ed altri. Perciò invitò tutti quanti gli uomini al festino messianico:
“Paragoniamo il Regno dei cieli a certo re che fece le nozze di suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze. Gli invitati non volevano venire. Il re mandò altri servi: Dite agli invitati: ecco, la mia cena è pronta, i miei buoi e la mia selvaggina furono uccisi, tutto è pronto: venite alle nozze!
Quelli se ne andarono indifferenti, chi al suo campo, chi alla sua bottega. Gli altri si impadronirono dei servi, li oltraggiarono e li uccisero. Il re montò in collera; mandò i suoi eserciti, fece perire quelli assassini e ne arse le città.
Allora disse ai suoi servi: Le nozze sono pronte, ma gli invitati erano indegni. Recatevi dunque in capo alle strade, e invitate alle nozze quelli che troverete! Quei servi andarono nelle strade, raccolsero quelli che trovarono, buoni e cattivi, e la sala nuziale fu riempita” (Matteo 22, 2-10).
Egli arse la loro città. Si vede chiaramente che la parabola fu composta dopo la distruzione di Gerusalemme. Essa è un vivo e piacevole riassunto di un secolo intero di storia cristiana.
Altre parabole si avvicinano a quelle di Hermas. Esse trattano la questione tanto diffusa: che si deve fare dei peccatori nella chiesa? Si deve escluderli inesorabilmente? Un precetto ha ordinato ciò. Non è tuttavia più saggio l'usar pazienza? Nel campo seminato da Gesù, il diavolo seminò la zizzania. Se si pretende di sradicare la zizzania, si rischia di sradicare col medesimo colpo il frumento. Aspettiamo il giudizio! Gli angeli mietitori metteranno la zizzania in botti per bruciarla e porteranno il frumento nel beato granaio (Matteo 13, 24-30; 36-43).
Dal cuore ispirato dei profeti sgorgavano anche effusioni più mistiche. Paolo dice: “Cantate a Dio in cuor vostro salmi, inni, odi spirituali!” (Colossesi 3, 16). Fu ritrovata una raccolta di odi cristiane antiche, le Odi di Salomone, dove talvolta parla il fedele, talvolta Gesù.
Odi e preghiere del medesimo stile lasciarono tracce nei Vangeli. Tale è la preghiera mistica attribuita a Gesù in Matteo: “Io ti lodo, o Padre signore del cielo e della terra... Tutto mi fu consegnato da mio Padre...”
“Venite tutti a me, o affaticati e oppressi, io vi darò riposo. Mettete su di voi il mio giogo, imparate la mia lezione: nel mio cuore io sono dolce e umile. Voi troverete riposo per le vostre anime
(Geremia 6, 16); il mio giogo è buono, il mio fardello è leggero (Matteo 11, 25-30).
Il quarto Vangelo racchiude i più bei brani del genere l'ode al Logos che gli serve di prefazione, i poemi del Pane di Vita, del Buon Pastore, della Vigna, e quella che è chiamata la preghiera sacerdotale di Gesù. Essi rendono un suono affatto diverso da quello delle parabole e degli oracoli dei Vangeli sinottici. La loro forza è ben più alta, la loro soavità più ardente, la loro risonanza più intima.
“Io sono il Buon Pastore; conosco le mie pecore ed esse mi conoscono, come mi conosce il Padre e come io conosco il Padre, e abbandono la vita per le mie pecore...”
“Per questo il Padre mi ama, perché abbandono la vita al fine di riprenderla. Nessuno me la toglie: l'abbandono io stesso fuori da me. Io ho potere di lasciarla e potere di riprenderla; è questo l'ordine che ricevetti da mio Padre” (Giovanni 10, 14-18).
Quello che parla così è il Dio del mistero, il cui sacrificio liturgico, collocato fuori del tempo, si rinnova indefinitamente, e che ha senza termine la missione di morire per i cristiani e di resuscitare. Questo Gesù mistico si trova nel piano più remoto dei Vangeli, mentre si trovò nel centro della dottrina di Paolo.
Di oracoli, parabole ed odi sgorgate nel cenacolo cristiano sono costituite le parole del Gesù evangelico. Gli atti della sua vita sono composti egualmente, gli uni di prodigi, gli altri di simboli, gli altri di visioni.
Il medesimo Spirito che aveva ispirati gli oracoli dei profeti aveva prodotti i miracoli dei taumaturgi. Era dunque lecito attribuire a Gesù gli uni come gli altri.
Di fatto, molti miracoli sembrano raccontati in duplice visione negli Atti degli Apostoli e nei Vangeli. La guarigione di un paralitico, la resurrezione di una fanciulla di nome Tabita e la conversione di un centurione fanno parte della leggenda di Pietro, negli Atti, e pare siano passate con qualche alterazione nella leggenda di Gesù. Il racconto degli Atti è più dettagliato, meglio legato, più plausibile, quello dei Vangeli più smussato e sovraccarico. Il primo ha tutti i caratteri dell'originale. Il secondo è una copia pallida, spinta fino a diventare lezione e simbolo.
Si sarebbe potuto attribuire a Gesù un numero grandissimo di miracoli. Tanto più che ai miracoli autentici degli apostoli si aggiungevano meraviglie tolte al fondo comune delle leggende. La storia del demonio Legione inviato dentro duemila maiali sembra essere un racconto popolare ebraico. E l'evasione di Gesù da sopra un precipizio ha analogia con ciò che si legge nella Vita di Pitagora.
Gli evangelisti limitarono la loro scelta, in generale, ai prodigi che potevano assumere un senso interiore ed essere compresi “come simboli concreti dell'opera spirituale compiuta da Gesù”. Così il cieco guarito di Betsaida, il quale dapprima vede gli uomini come alberi che camminano e, ad una seconda imposizione delle mani, vede nettamente da lontano, è situato in modo da “raffigurare l'educazione progressiva dei discepoli”. Per penetrare nella storia di Gesù, i racconti semplici di miracoli devono rivestire qualche significato simbolico.
Altre volte fu il simbolo a generare il racconto. Certi fatti narrati sono parabole interpretate letteralmente. Perché meravigliarcene? Dal punto di vista della verità trascendente, finzione e fatti sono del medesimo ordine e possono scambiarsi fra loro. Il medesimo tema è messo in parabola in un Vangelo, e in racconto in un altro.
Una parabola di Luca si serve di una pianta di fico che si può dire vecchissima, poiché è già servita ad Ahikar l'assiro per le sue favolette:
“Un tale aveva una pianta di fico, piantata nella sua vigna. Venne a cercarvi i frutti ma non li trovò.
Egli disse al vignaiuolo: Ecco ormai tre anni che io vengo a cercare frutti in questa pianta, senza trovarne. Tagliala via! Perché rende essa inutile la terra?”
“L'altro gli rispose: Padrone, lasciala ancora quest'anno, io zapperò intorno e metterò del concime. Forse farà frutto la stagione prossima. Se non ne farà, la taglierai” (Luca 13, 6-9).
Quella pianta di fico è il popolo ebreo, che non produce i frutti dello Spirito. L'indugio è quello che Dio gli concesse fino all'arrivo delle scuri di Vespasiano.
Ritroviamo la medesima pianta di fico in un aneddotto narrato come accaduto a Gesù:
“Il mattino, tornando alla città, egli ebbe fame. Vedendo sulla strada una pianta di fico, si portò ad essa ma non vi trovò altro che foglie. Egli disse: che tu non produca frutti mai più! E improvvisamente la pianta si seccò” (Matteo 21, 18-19).
Questa pianta è parabolica. È ancora il popolo ebreo. Se fosse una pianta reale, l'episodio sarebbe assurdo.
Al mondo delle parabole appartiene pure il povero Lazzaro. Sia egli o no imparentato con Eliezer, schiavo di Abramo, rapito vivente al cielo secondo una tradizione ebraica, come Enoch ed Elia, egli raffigura la parte pia e sofferente degli ebrei, il povero d'Israele. Egli è contrapposto al ricco in una pia parabola dove il cielo e l'inferno sono concepiti come soggiorni, dall'uno dei quali si può guardare nell'altro. Il ricco, che in terra se l'è spassata e sdegnò Lazzaro, muore di sete nell'inferno e vede Lazzaro in cielo fra le braccia di Abramo.
A questa lezione per mezzo dell'immagine ne fu cucita un'altra. Quel ricco chiede a Dio che resusciti Lazzaro per convertire gli ebrei. Dio risponde: essi hanno Mosè ed i profeti. Se essi non li ascoltano, un morto resuscitato non li persuaderà (Luca 16, 19-31). È questa una lezione sull'inutilità dei miracoli.
Ora, nel quarto Vangelo Lazzaro è resuscitato e gli ebrei effettivamente non si convertono. Questo racconto è una parabola trasformata in racconto. Esso dimostra che Gesù-Logos è la Vita, dopo che la guarigione del cieco-nato ha dimostrato ch'egli è la Luce. Tutto il quarto Vangelo è un lungo simbolo profondo e bello. Per ben gustarlo occorre staccarsi dalla lettera e sotto i fatti immaginati cogliere le verità insegnate.
Furono finalmente le visioni, quelle degli apostoli e quelle dei profeti antichi, a tracciare le grandi linee della vita leggendaria di Gesù.
La Trasfigurazione è una visione mistica riconoscibile. La Pesca miracolosa, nell'appendice del quarto Vangelo, è un'apparizione mattinale di Gesù resuscitato. Ora, essa in Luca forma un episodio ordinario della sua vita (5, 4-10). La tranquilla narrazione evangelica lascia trasparire qua e là il Gesù-Spirito a cui fu dapprima applicata.
“La barca era già in mezzo al mare, tormentata dalle onde, poiché il vento era contrario. Alla quarta vigilia della notte egli venne verso di loro camminando sul mare.”
“Ed essi vedendolo marciare sulle acque si turbarono e dissero: è un fantasma! E nel loro terrore gridarono. Ma subito egli parlò loro: Calmatevi, sono io, non abbiate paura!” (Matteo 14, 24-27).
Quest'apparizione sulle onde nel grigiore che precede l'alba, è il modo di fare d'uno Spirito o d'un Dio, piuttosto che d'un uomo di carne e ossa.
La prima fonte del Vangelo, è sempre la Scrittura. Molti passi dei Profeti e dei Salmi erano riferiti a Gesù o messi in bocca a lui. Erano le solide fondamenta della conoscenza di Gesù.
Furono fatte di buon'ora raccolte speciali di questi brani. Fu la trama sacra che portò il ricamo evangelico. Vi fu una Passione secondo Isaia e secondo il Salmo 22 prima che vi fosse una Passione secondo Matteo o secondo Giovanni.
L'evangelista valorizzò testi che non avevano impiegati né Paolo né l'autore dell'Apocalisse né quello della lettera agli Ebrei. È spesso facile mettere in rapporto il passo della Scrittura, documento originale, e quello del Vangelo, traduzione abbellita di ornamenti.
Isaia 7, 14 (in greco): “Ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio...”. Nascita verginale di Gesù.
Michea 5, 1: “E tu, Betlemme di Efrata, da te mi verrà un sovrano in Israele...”. Gesù nasce a Betlemme.
Numeri 24, 17: “Un astro si leverà da Giacobbe...”. La stella.
Isaia 60, 6: “Tutti coloro arrivano da Saba; essi portano l'oro e l'incenso...”. I Magi.
Osea 11, 1: “Dall'Egitto io chiamai mio figlio...”. La fuga in Egitto.
Geremia 31, 15: “Si ode una voce a Rama, lamentazioni, lacrime amare: è Rachele che piange i suoi figli e non vuol consolarsi, poiché essi non sono più...”. Il massacro degli innocenti.
Giudici 13, 5. “Ed egli sarà chiamato Nazareno...”. Gesù abita a Nazaret.
L'evangelista non nasconde i suoi materiali. Pietra su pietra egli eleva il suo edificio sulle fondamenta sacre.
La morte di Gesù non è costruita diversamente.
Zaccaria 9, 9: “Ecco, il tuo re viene a te, umile, montato sull'asino, sull'asinello nato dall'asina...”. Trionfo di Gesù, montato sopra un asino e un asinello.
Salmo 118, 26: “Benedetto sia colui che viene nel nome di Jahvé...”. L'acclamazione delle folle.
Zaccaria 14, 21: “Quel giorno, non vi saranno più mercanti nella casa di Jahvé...”. Espulsione dei mercanti dal Tempio.
Salmo 61, 9: “Il mio amico che mangiava il mio pane levò il calcagno contro di me...”. Tradimento di Giuda, dopo che egli ha mangiato con Gesù.
Zaccaria 11, 2-13: “Essi mi contarono come salario trenta monete d'argento... E presero le trenta monete d'argento e le diedero per il campo del vasaio...”. Trenta denari d'argento sono dati a Giuda. Restituiti da lui, servono ad acquistare il campo di un vasaio.
Salmo 42, 6: “Perchè sei tu depressa, anima mia?”. Agonia a Getsemani.
 Zaccaria 13, 7: “Colpisci il pastore e il gregge andrà disperso...”. Fuga dei discepoli.
Isaia 53: “Egli fu trafitto per i nostri peccati, infranto per le nostre iniquità..”. La Passione.
“Maltrattato, egli si rassegnava, non apriva la bocca...”. Gesù osserva il silenzio davanti ai suoi giudici. “Egli ti ha annoverato fra i malfattori...”. Gesù fra i due ladroni.
Isaia, 50, 6: “Io ho presentato il mio dorso a chi mi percoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba, io non ho nascosto il mio vòlto agli insulti e agli sputi....”. Flagellazione, scena di oltraggi.
Salmo 22: “Mio Dio, mio Dio, perchè mi abbandonasti?”. Ultimo lamento di Gesù. “Essi forarono le mie mani e i miei piedi...”. Crocifissione. “Essi si dividono le mie vesti e gettano il dado sulla mia tunica...”. Divisione delle vesti. “Tutti quelli che mi vedono si ridono di me, sghignazzano e scuotono la testa...”. Scene intorno alla croce.
Isaia, 53, 9: “Gli è dato il sepolcro del ricco...”. Gesù è messo nel sepolcro di Giuseppe d'Arimatea, uomo ricco.
Il racconto della Passione, elemento capitale della liturgia cristiana, fu levigato e rilevigato. I testi sacri non furono soli a comporlo. Alcuni tratti del martirio di Stefano vi sono introdotti. L'apologetica l'ha arricchito. Anche la liturgia vi mise la sua impronta.
Due rituali di Pasqua dividevano la Chiesa, nel secondo secolo. In Asia si celebrava la Pasqua lo stesso giorno degli ebrei, il 14 del mese di Nisan, giorno del plenilunio, e si celebrava in pari tempo la morte e il trionfo di Gesù. A Roma la domenica era più considerata che la Pasqua. Si celebrava la resurrezione di Gesù la domenica che seguiva il 14 Nisan, e la sua morte l'antivigilia, il venerdì.
Ora, in Giovanni, Vangelo efesino, l'Agnello Gesù muore il 14 Nisan, nell'ora esatta in cui è immolato l'agnello pasquale. In Marco, Vangelo romano, egli muore in venerdì, supposto essere l'indomani del 14 Nisan. Questa differenza di un giorno rivela una grande differenza di rituale. Giovanni è il libro liturgico dell'osservanza di Efeso, Marco è quello dell'osservanza romana.
Prendere i Vangeli per documenti storici è uno svalutarli singolarmente. Essi espongono la storia della salvezza dell'umanità e non sono l'incartamento di un errore giudiziario. Sotto la forma parabolica essi trattano di un Dio di mistero che è il Figlio di Dio e lo spirito che vive nei cristiani. In sé stessi sono incompleti. Il racconto che essi fanno, occupandosi del suo punto centrale, comincia in cielo e termina in cielo.
Come le lettere di Paolo e come l'Apocalisse, i Vangeli sono opere dello Spirito, che concernono lo Spirito. Nella loro fresca novità furono ben comprese. Il primo che trattò un Vangelo, quello di Luca, come una scrittura sacra e ne impose la lettura alle assemblee, Marcione, vi trovava un Gesù spirituale, non un Gesù di carne e d'ossa. Leggiamo i Vangeli come li leggeva Marcione.
Contro il pensiero di Marcione, Gesù fu reso storico all'estremo, gli fu attribuita una vera carne, vere ossa, un vero sangue. Marcione fu condannato.
Marcione aveva ragione. Coloro che lo condannarono resero più fitta l'oscurità delle origini cristiane e la resero impenetrabile. Senza volerlo, prepararono tutto quanto era necessario perché si credesse che il giovane cristianesimo non era stato altro che quest'antica storia senza valore religioso, questa sciocchezza: la divinizzazione di un uomo.